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Il bilinguismo

Emotional Learning, Emotional Teaching

Luogo: Como
Data: April 2019

Bilingual “Emotional Learning, Emotional Teaching”

Il bilinguismo, facciamo chiarezza.
Uno degli ambiziosi obbiettivi di questo articolo è quello di eliminare i pregiudizi nei confronti dell’apprendimento di una lingua straniera già dalla prima infanzia. Nell’immaginario comune alberga l’idea che l’apprendimento di una seconda lingua in tenera età crei confusione nel bambino e causi un ritardo nella capacità di esprimersi, di leggere o di scrivere. Questo perché il bilinguismo e l’apprendimento delle lingue straniere sono ancora circondati da stereotipi negativi legati principalmente a una disinformazione sul tema, che crea, infondatamente, una certa diffidenza. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, dunque.

Bilingue è l’individuo che usa due lingue regolarmente, nello stesso contesto (ad esempio quello familiare) o in contesti differenti sullo stesso piano sociale (ad esempio quello familiare e quello scolastico). Il bilinguismo si suddivide in precoce e tardivo.
Il bilinguismo precoce, come si può intuire, riguarda l’età infantile. Esso può essere simultaneo, nel caso in cui le due lingue coesistano dalla nascita (genitori di madrelingua differente), oppure consecutivo, quando la consecutività consiste nell’introduzione del bambino in un contesto di L2 (seconda lingua, appunto). Questo può avvenire in un contesto scolastico e non pregiudica l’efficacia dell’acquisizione né della lingua madre, né della lingua successivamente introdotta.
Differente è il bilinguismo tardivo: esso si verifica dopo che la prima lingua viene appresa e assimilata, ovvero, indicativamente, dopo i 6 anni di età. Il bilinguismo tardivo presenta tre aspetti: può riguardare due lingue apprese in modo bilanciato (bilinguismo tardivo additivo); può riguardare un apprendimento di una lingua successivamente introdotta a discapito della prima (bilinguismo tardivo sottrattivo) oppure può comprendere solo la comprensione passiva di una lingua, ma non la sua produzione attiva (bilinguismo consecutivo passivo), per semplificare, il classico “la capisco ma non la parlo”.
Ci concentreremo principalmente sul bilinguismo precoce, che è quello tra i due sul quale si concentra il metodo Emotional Learning Emotional Teaching. Pensare che le due lingue apprese in un contesto siano in competizione non è del tutto corrispondente alla realtà dei fatti. Capita che crei diffidenza il fatto che il bambino tenda ad utilizzare diverse lingue in una sola frase (il così detto code-switching). Ciò non deve essere visto come sinonimo di confusione, ma, al contrario, dimostra che entrambe le lingue siano attive indipendentemente dall’intenzione o la necessità di utilizzare l’una o l’altra. Questa “sana competizione” tra i due codici, perché è di codici che si tratta, conferisce al bilingue un’elasticità mentale ed un continuo sviluppo cognitivo grazie alla capacità di controllare, già in tenera età, i meccanismi linguistici a sua disposizione.

Il primo sforzo mentale che un adulto deve fare per comprendere ciò che accade nella mente di un bambino bilingue è di non considerare le due lingue come due qualcosa di distinte e parallelo. Un adulto che non ha vissuto in cotesti bilingue è abituato a vedere la lingua straniera con la lente della “traduzione”. È un ragionamento tipicamente adulto quello di tradurre, appunto, la parola table nella parola tavolo (o viceversa). Quante volte è capitato, senza magari nemmeno farci caso, di chiedere ad un bimbo “come si dice gatto in inglese?” e non ricevere alcuna risposta? Questo non significa che non lo sappia. Il bambino non è traduttore. La sua competenza sorprendente è “solo” quella di vedere un gatto e, in base al contesto in cui si trova, decidere se appellare il referente (ciò di cui si parla, ovvero, l’elemento extralinguistico) con la parola “cat” o la parola “gatto”. Il bilingue può essere considerato come un “giocoliere mentale”: ogni volta che parla deve scegliere tra una quantità di vocaboli e strutture linguistica doppia rispetto ai coetanei non bilingue. È importante non confondere il bilinguismo infantile con l’apprendimento di una seconda lingua in età adulta: la differenza sta nella spontaneità e naturalezza, le stesse che entrano in gioco imparando a camminare o andare in bicicletta.
L’elasticità mentale citata poc’anzi apporta una serie di vantaggi al bambino: “uno di questi è una maggiore conoscenza della struttura e del funzionamento del linguaggio e una maggior abilità di distinguere tra forma e significato delle parole: questo è in parte dovuto al fatto che i bilingui possiedono due vocaboli per lo stesso oggetto e due modi di esprimere lo stesso concetto. Queste abilità spesso comportano vantaggi nello sviluppo delle capacità di lettura e scrittura, nella comprensione della lingua di maggioranza usata a scuola, e nell’apprendimento di una terza o quarta lingua. Inoltre i bambini bilingui hanno una comprensione precoce del fatto che gli altri possono avere una prospettiva e un punto di vista diverso dal loro. Questo è dovuto alla consapevolezza che non tutte le persone sono bilingui, e alla pratica costante di scegliere la lingua a seconda della persona con cui si parla. I bambini bilingui spesso gestiscono meglio il controllo dell’attenzione: sono più capaci di focalizzare l’attenzione e ignorare dettagli irrilevanti, ma anche eseguire più compiti contemporaneamente o in rapida successione.” (Antonella Sorace, Il corriere della Sera 22/09/2017)
Emotional Learning, Emotional Teaching
Questa prima premessa sul bilinguismo ci porta alla metodologia Emotional Learning, Emotional Teaching e al ruolo dell’emotività nell’apprendimento della lingua inglese tra i bambini dai 3 agli 8 anni. Il metodo nasce dopo anni di studi sul bilinguismo e sperimentazioni in aula portati avanti da colei che lo ha sviluppato: Elisabetta Mohwinckel.
Con le dovute precisazioni fatte precedentemente dovrebbe ora essere chiaro che il fulcro dell’apprendimento di una lingua stia nella necessità di comunicare. Il linguista inglese M. A. K. Halliday ha teorizzato, a tal proposito, le sette funzioni della comunicazione: le prime quattro aiutano i bambini a soddisfare bisogni fisici, emotivi e sociali
• Strumentale: quando il bambino usa il linguaggio per esprimere i suoi bisogni (es. “I want juice”)
• Regolatoria: il linguaggio è usato per dire agli altri cosa fare (es. “go away”)
• Interazionale: il linguaggio è usato per creare contatto con gli altri e instaurare relazioni (es. “would you play with me”)
• Personale: l’uso del linguaggio per esprimere sentimenti, opinioni e identità individuali (es. “I’m good”)
Le successive tre funzioni aiutano il bambino ad inserirsi nel contesto:
• Euristica: quando il linguaggio è usato per ottenere informazioni sull’ambiente (es. “what is the dog doing?”)
• Creativa: il linguaggio è usato per raccontare storie e battute, e per creare un ambiente immaginario. (es. “one upon a time….”)
• Rappresentativa: l’uso del linguaggio per trasmettere fatti e informazioni. (es. “did you know that…”)
Fare leva sulla necessità dei bambini di esprimersi è l’unico modo per far utilizzare loro una lingua, sia essa madre e straniera. Per questo motivo è necessario creare il contesto per far sì che ciò che stanno apprendendo nelle nostre aule si leghi indissolubilmente alla loro memoria storica. Strutturare un ambiente gioioso e privo di stress pone le condizioni per un apprendimento radicato e “inconsapevole” di qualunque contenuto, maggior ragione per una lingua straniera, che dà loro la possibilità di esprimersi in modi diversi e con sfumature differenti.
Associare l’inglese ad una canzone, ad una storia o al viso sorridente dell’insegnante permette l’acquisizione serena della lingua: come in futuro si ricorderanno del primo giorno di scuola o del lavoretto fatto per la festa del papà, si ricorderanno con la stessa tenerezza anche di Momo the bear che parlava in quel modo buffo, che però a loro piaceva tanto.
Ciò che fa il metodo Emotional Learning, Emotional Teaching è calare i bimbi in situazioni reali durante le quali saranno “costretti” dalle circostanze ad esprimersi in inglese. Inizialmente l’apprendimento si limiterà ad essere in forma passiva (comprensione), per poi, pian piano, fare spazio ad un uso della lingua sempre più attivo. Ha più valore didattico comprendere una frase come “could you, please, close the door?” (alla quale seguirà l’azione di chiusura della porta), piuttosto che un elenco decontestualizzato di colori o animali. Man mano la lingua si strutturerà sempre di più nello stesso modo in cui è successo con la lingua madre. Da yellow si passerà a the ball is yellow fino ad arrivare a my favourite colour is yellow e così via.

Le nostre lezioni di inglese sono partecipate, ricche di risate e movimento, perché, inevitabilmente, in età infantile, qualsiasi acquisizione passa attraverso l’emotività e la multisensorialità. I bambini apprendono attraverso tutti i canali: uditivo, visivo, cinestetico e ciò permette loro di imparare senza rendersi conto di farlo. TPR significa Total Physical Response; seguire la metodologia TPR significa usare il corpo per facilitare la comprensione e l’apprendimento. Così si simula accelerando il “modello naturale” della lingua straniera, cioè quello responsabile dell’acquisizione di un codice ed insieme ad esso anche la lateralizzazione (cooperazione di entrambi gli emisferi del cervello con competenze ben distinte), il ricorso alla memoria storica, l’assenza di stress e l’emotività.
Imparare una lingua significa viverla e farne esperienza, toccarla con mano. La felicità del bambino è ingrediente fondamentale per una buona riuscita del lavoro dell’insegnante.

“I confini del mio linguaggio sono i confini del mondo.”
L. Wittgenstein

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